Intervista agli artisti | FourHands Circus-DOCC Torino
Come nasce l’arte? Come nasce l’arte performativa? Come nasce uno spettacolo? Come nasce uno spettacolo di circo contemporaneo? Una finestra sul circo contemporaneo: racconti di periodi di residenza artistica.
Incontriamo Claudia e Fabrizio della compagnia FourHands Circus e curatori del progetto DOCC Torino. Acrobati del Mano a Mano, hanno utilizzato gli spazi di OfficinAcrobatica per il loro periodo di Residenza Artistica e, come di consueto, gli abbiamo organizzato una piccola intervista per parlare di sé, del loro percorso artistico e del loro progetto work-in-progress “Materico”.
Chi siete e di cosa vi occupate?
[Claudia] Siamo Claudia e Fabrizio, lavoriamo insieme dal 2012, ci siamo incontrati nel 2011, mettendo assieme i nostri mondi, prima nella compagnia FourHands Circus e da un paio d’anni in DOCC, Documentazione per il Circo Contemporaneo.
Nasciamo come due trapezisti, ci specializziamo nelle discipline aeree e piano piano abbiamo iniziato a lavorare assieme con il Mano a Mano allenandoci e creando un nostro vocabolario.
Come vi siete avvicinati al Circo Contemporaneo?
[Fabrizio] Io ho scoperto la passione per il Circo Contemporaneo grazie a un’amica che faceva un corso di teatro, la quale all’ultima lezione di teatro mi ha detto “Perchè non provi il Circo Contemporaneo alla Flic?“ e la mia reazione fu “Ah wow! Cos’è?”
Da lì è nata la passione per il trapezio, dopo ho incontrato un duo di circensi tramite le quali mi sono appassionato alla tecnica del Mano a Mano.
Ho iniziato per gioco in palestra e poi ho viaggiato un po’ in tutta Europa e soprattutto in Spagna.
[Claudia] Dai miei ricordi c’è sempre stato il circo nella mia vita, non essendo di famiglia circense. Le poche volte che mi hanno portata al circo sono stati degli appuntamenti miliari nella mia vita. Ho diversi disegni di quando ero piccola in cui disegnavo numeri di circo e che non ho ancora visto dal vivo. Era anche un gioco. Le tende di casa erano naturalmente il sipario e creavo piste e spazi scenici diversi. Quando ho potuto incontrare il circo e formarmi alla scuola di circo Flic è stato un ritrovarmi e avere la possibilità di realizzare un sogno e realizzare qualcosa che già mi apparteneva.
Come nasce la compagnia?
[Claudia] Come compagnia ci chiamiamo FourHands Circus (circo a quattro mani), un po’ per restituire questa idea che tutto ciò che facciamo nasce dal lavoro delle nostre quattro mani, anche con quella sfumatura legata alla manualità e all’artigianato. Dal creare il proprio copione, allenarsi, alla scenografia, materiale scenico, cucinare/creare il pongo. Quindi FourHands Circus esiste dal tardo 2012, piano piano nel tempo aprendo DOCC parte del lavoro di FourHands Circus è stato inglobato
Su cosa vi siete concentrati in questa residenza a OfficinAcrobatica?
[Fabrizio] Abbiamo avuto la possibilità di lavorare con il regista e la costumista, essendo più vicini a spostarsi qui a Bologna. È stato molto strategico fare residenza qui a Officina per far combaciare gli spostamenti di tutti.
Ci siamo concentrati con la costumista e scenografa, creando i bozzetti che vedete alle spalle e con il regista stiamo continuando il lavoro delle filate.
Lo spettacolo è quasi pronto e quindi è il momento di fare filate e filate e migliorare tutta la parte di gioco scenico
Perché il pongo?
[Claudia] Il pongo per noi è stato un maestro, ci ha messo a dura prova e ci ha aiutato a comprendere aspetti nuovi a livello di spettacolo e di personalizzazione di un nostro linguaggio.
L’idea di lavorare con il pongo è nata in pieno Covid, avevamo voglia di tuffarci in una ricerca nuova per noi, dove non avessimo i classici appoggi di vocabolario e di tecnica.
Avevamo bisogno di rinnovarci completamente.
L’idea è che il pongo sia un materiale, diciamo, con caratteristiche antitetiche ai classici attrezzi circensi che sostanzialmente hanno una forma definita che non cambia nel tempo (salvo incidenti) con la quale uno interagisce e cerca di gestire queste forme.
Avevamo voglia di lavorare con una materia non gestibile e colorata, ci piaceva il fatto che avesse un impatto sgargiante e che fosse un materiale plasmabile e mutevole, che mantenesse le impronte e che avesse quasi un proprio volere: prende forma da sé, si staccano pezzi autonomamente.
Ci ha aiutato molto nel tempo a cercare nel nostro modo di lavorare, a livello corporeo in due, un modo di colare a terra e di risollevarci e quindi di cercare le propulsioni verso l’alto, non per via di un tempo acrobatico, ma per via di una propulsione che nasce nel punto più basso nel quale ci si può spingere.
[Fabrizio] Cambia tantissimo, è molto pesante. Sembra colorato e leggero, ma una porzione di pongo può arrivare anche a 40 kg. Quando uno la carica e lo porta, trasforma anche la propria fisicità. C’è un punto dello spettacolo in cui me lo carico sulla schiena e divento improvvisamente una persona anziana, che non riesce più a muoversi e a camminare.
[Claudia] Caricare il pongo nelle varie parti del corpo diventa difficile e rende difficoltoso anche solo camminare dritti. Caricare il pongo servendomi solo delle estremità del corpo, quindi con le mani, manipolandolo, non è fattibile.
Il fatto che il pongo modelli noi tutte le volte che interagiamo, inizialmente ci ha mandato un po’ in crisi, ma poi speriamo di averne fatto virtù in questa ricerca.
Cos’è DOCC e com’è nata l’idea?
[Claudia] È nato senza nome, dalla percezione che in alcune modalità creative nel Circo Contemporaneo mancassero riferimenti storici, contestuali e artistici affinché una compagnia potesse contestualizzare il proprio lavoro.
Avendo studiato architettura mi son resa conto che quando componevo in architettura, avevo sempre dei riferimenti stilistici, storici, di altri architetti che avessero operato in contesto simile con i quali interagire.
Tutto ciò aiutava nella creazione, come degli appoggi e dei riferimenti. Nel circo non ho trovato questo e mi sembrava che altre compagnie fossero nella mia stessa situazione.
Da qui l’idea di reperire libri sul circo, sulla storia del Circo Contemporaneo, affinché artisti in creazione potessero avere qualcosa a cui appoggiarsi anche solo nei momenti di dubbio all’interno del proprio processo creativo.
Nel 2022 casualmente abbiamo trovato l’annuncio di Pascal Jacob, storico del circo e direttore del Cirque de Demain, che vendeva parte della sua preziosissima collezione “Biblioteca circense”. La collezione era già stata venduta, ma ci ha aiutato generosamente a trovare volumi, selezionandoli uno a uno e a capire quale fosse il kit di base, con le nostre piccole risorse, per partire.
[Fabrizio] Siamo andati a Parigi, abbiamo incontrato Pascal, abbiamo chiacchierato ore ed ore con lui e siamo tornati a Torino con il furgone pieno di scatolini e libri.
Pascal ci diede però tre condizioni:
1. Non si mangia quando c’è un libro
2. i libri non possono essere prestati ma possono essere in consultazione gratuita
3. i libri devono essere patrimonio di tutti, quindi in uno spazio neutro in cui tutti possono accedervi.
Che rapporto avete con il pubblico?
[Fabrizio] Nella creazione di Materico, il nostro spettacolo, il rapporto con il pubblico abbiamo voluto che fosse molto molto stretto, inteso anche come vicinanza fisica.
Il pubblico è seduto a fianco dello spazio scenico, le persone sono molto a contatto con noi.
Abbiamo provato questa soluzione in Belgio, durante una prima restituzione, e ci è piaciuto molto che il pubblico potesse stare a strettissimo contatto con noi e sentire la fatica, la gioia, l’emozione di quello che viviamo in scena.
[Claudia] Ci hanno riportato che sentivano anche il profumo del pongo, a cui noi ormai siamo abituati e non ce ne accorgiamo più. Viene percepito e porta subito in quel mondo giocoso che molto spesso è associato all’infanzia, anche se noi non necessariamente trasportiamo il pubblico in una dimensione giocosa legata all’infanzia. Però può essere un grande aiuto il fatto che questo odore possa rimandare a un momento in cui tutto è possibile, in cui la trasformazione della materia diventa qualcosa che accade, diventa incentivante.
[Fabrizio] Il pubblico vorrebbe quasi entrare in scena a giocare con il pongo, ed è per questo che prima dello spettacolo doniamo a ognuno una piccola porzione di pongo, così che possa stare lì anche con la materia, per modellarla e giocarci. A volte ci viene restituito il pezzo di pongo modellato tipo scultura e ci viene donato un po’ di tutto, soprattutto dei cubi perfetti!
[Claudia] Sì, solitamente arrivano o palline o quadrati, cubi perfetti. Questo ci sta incuriosendo e abbiamo compreso che è un loro modo di sperimentare ed essere con noi.
COME DOCC ? Che rapporto c’è con il pubblico?
[Claudia] DOCC lavora nella divulgazione della cultura circense a tutto tondo. Mi rendo conto che ora preferisco parlare di circo in senso globale, nell’ottica della sua continuità dalla tradizione all’innovazione.
DOCC per noi è un ponte tra tradizione e innovazione, tra storia e attualità.
Il pubblico di DOCC è un pubblico curioso e la parola “curiosità” può essere un grande link con il pubblico.
Il circo contiene di suo storie curiose, a volte non le credi quasi vere, molto spesso facciamo fatica a capire quanto sia la parte storica o il racconto di fantasia ed è bellissimo che siano mescolate e plasmate in modo armonioso.
La curiosità è una grande porta per scoprire tanti aspetti legati al circo.
Pensieri liberi sul circo contemporaneo!
[Claudia] La parola “documentazione” è spesso associata a un aspetto vecchio, faticoso, intellettuale, polveroso.
La documentazione è invece uno strumento. Chiunque sia appassionato di circo può servirsene ed è una sfaccettatura di quest’arte circense estremamente giovane e dinamica. Anche la documentazione è qualcosa di dinamico, veloce, e noi spesso usiamo la metafora del segugio. Tenere traccia, lasciare traccia e seguire le tracce sono le nostre attività dinamiche che facciamo.
[Fabrizio] Io ho un pensiero sul processo creativo. Io mi auguro che tutto ciò che sta dietro la creazione dello spettacolo venga prima o poi riconosciuto anch’esso come un lavoro.
In Italia è riconosciuto lo spettacolo che un artista porta in scena, quello assolutamente sì, ma tutto il processo creativo, che per noi è stato tre anni di lavoro, quello viene riconosciuto in maniera ridotta, per non dire quasi nulla.
Io spero che le prossime generazioni di circensi in italia abbiano anche questa grande fetta del lavoro riconosciuta.
[Claudia] Un altro pensiero è che nel processo creativo non c’è niente che non possa funzionare se lo si vuole. Tutto può funzionare, tutto va bene!



