Intervista agli artisti | Andrea Rocchi
Andrea Rocchi, giocoliere, ha utilizzato gli spazi di OfficinAcrobatica per il suo periodo di Residenza Artistica e, come di consueto, gli abbiamo organizzato una piccola intervista per parlare di sé, del suo percorso artistico e del suo progetto work-in-progress.
Chi sei e di cosa ti occupi?
Ciao, sono Andrea. Ho iniziato a fare circo quando avevo 16 anni. È stato uno scalino, un passaggio tra lo sport e il mondo della musica. Mia madre mi regalò delle clave, e da lì tutto è cominciato. Poi sono venute le accademie, i momenti di ricerca. E anche sei mesi a Roma in una scuola di tango.
La tua passione è diventata il tuo lavoro?
Il lavoro è diventato la mia passione, se consideriamo il lavoro come disciplina e la disciplina come passione. Non si guadagna molto con l’arte. È qualcosa che si fa anche contro sé stessi, ma per gli altri. Noi siamo canali, traduttori. Traduciamo ciò che c’è, ciò che manca, ciò che ci attraversa. Da una parte verrebbe da limitarsi, ma il limite è il nulla: uno scalino anche quello, da affrontare nella ricerca.
Insegnare e fare spettacolo, sì, portano soldi. Ma l’atto politico non sta nel creare: sta nel descrivere. Nel momento in cui rilascio un’intervista o spiego quello che faccio, lì si apre uno spazio di riflessione che può toccare anche la dimensione politica. Durante la creazione invece è diverso: lì non c’è volontà di cambiamento esterno, ma un legame alla realtà. Un legame con la non singolarità, con l’idea che il pubblico è sempre presente, anche quando non c’è. Per necessità creativa e pratica, però, il pubblico deve essere assente. Solo così posso osservare il nulla che si crea nel descrivermi inesistente senza osservatore. È un paradosso utile, quasi necessario.
Il corpo è centrale, ovviamente. Ma se consideriamo l’oggetto come soggetto, allora la questione diventa il tempo. Il tempo, come atto artistico contemporaneo, può essere uno strumento fortissimo per comprendere dove e in cosa manchiamo come società.
Loop station, perchè? A cosa stai lavorando durante la residenza qui a OfficinAcrobatica?
Questo è un tasto un po’ delicato. Al momento sono senza strumenti, e ho un senso di distanza dalla voce. Preferisco il teatro. Il loop ha un rischio: rende tutto meccanico. Ma proprio per questo può essere un buon modo per arrivare al dettaglio. Sto cercando di creare una via di parallelismo con lo strumento *x* attraverso la loop. La musica, se riascoltata bene, deve essere presa sul serio: non il singolo, ma il disco; non l’hit, ma l’artista. Ascolti un brano cercando la storia dietro chi l’ha composto. È contemporanea proprio per questo.
Traggo ispirazione da amiche e amici che lavorano nella musica, nell’audiovisivo, nell’artigianato: pittori, scultori, fotografi, designer. Mi sto concentrando su una prima parte più tecnica, e poi su una seconda parte che va più sull’emotivo. Sto cercando una via di mezzo tra il descrivibile e l’inscrivibile. Una volta trovata la tecnica, hai trovato il dizionario. Ma il dizionario è vasto. E non puoi buttare parole a caso. Le parole, come i gesti, hanno un peso.
Al momento sto ancora cercando un titolo. Un titolo è una promessa: un pacchetto che il mondo tende a considerare “vendibile”. Ma noi, come artisti, portiamo il nostro passato. Portiamo la nostra vita reale mentre portiamo il nostro progetto.
Che rapporto hai con il pubblico?
Senza il pubblico, non esisto. Quando sono in scena c’è quest’aura fortissima che proviene da chi mi circonda: è una presenza che mi influenza profondamente. Ma al tempo stesso sento anche il peso del mio influenzare chi è fuori dalla scena. Anche i momenti frammentari – chi vede solo un pezzo di live – contano. Sono parte di una trama che lega artisti, critici, appassionati, amatori. È un corpo più grande.
La critica, a volte, la aspetto. Ne sono quasi dipendente. Se mi critichi, è perché ti sei posto dei limiti. E i limiti, per chi crea, sono fondamentali. Insegnano, sia a sé stessi che agli altri. È un discorso profondo, forse troppo introspettivo, ma necessario. Perché ogni artista ha bisogno di dedica.
E in fondo, spesso, lo spettacolo stesso è una dedica. Non lo fai solo per te. Lo fai per chi ascolterà gli echi di ciò che è rimasto impresso nel luogo o nell’osservatore.
